FAQ
Alcune delle domande più frequenti
Alcune delle domande più comuni prima di iniziare un percorso. Se la tua non è qui, puoi scrivermi direttamente.
INIZIARE UN PERCORSO
Come faccio a capire se ho davvero bisogno di uno psicologo?
Non esiste una soglia minima di sofferenza per chiedere aiuto. Se qualcosa — un’ansia che non passa, una relazione che pesa, una sensazione di essere bloccati — sta occupando troppo spazio nella tua vita quotidiana, vale già la pena parlarne.
Come si struttura il primo appuntamento?
Il primo colloquio non ha un formato fisso. È un incontro conoscitivo — un’occasione per raccontare quello che si sta vivendo, senza dover arrivare con le idee chiare o sapere già cosa si vuole o quale sia il problema.
È un incontro che serve ad entrambi: a chi viene, per capire se si sente a proprio agio e se il contesto fa al caso suo. E a me, per capire la situazione e vedere se e come posso essere utile.
Non c’è nessun impegno — è un colloquio conoscitivo, niente di più.
Psicologa e psicoterapeuta — non è la stessa cosa?
Non esattamente.
Lo psicologo è abilitato a fare valutazioni, supporto psicologico e consulenza. Lo psicoterapeuta — psicologo o medico con una specializzazione aggiuntiva di almeno quattro anni — è abilitato a lavorare in modo più profondo sulle cause del disagio, non solo sui sintomi.
In pratica, questo si traduce in una differenza nel tipo di lavoro che si fa insieme. Un percorso psicologico è in genere più circoscritto — utile in un momento di difficoltà specifico, per avere uno spazio di riflessione o strumenti concreti per affrontare una situazione. La psicoterapia lavora su un livello più profondo — sui pattern che si ripetono, sulle radici del disagio, sulla storia che ha portato fin qui — e richiede generalmente più tempo.
Essere sia psicologa che psicoterapeuta permette di modulare il lavoro in base a quello che serve — senza dover scegliere in anticipo. Spesso è il percorso stesso a definirlo, man mano che si procede.
IL PERCORSO TERAPEUTICO
Come mai parla di approccio sistemico? In cosa si differenzia da altri tipi di terapia?
L’approccio sistemico-relazionale parte da un’idea semplice: le persone non esistono in isolamento.
Quello che sentiamo, come reagiamo, i pattern che ripetiamo — tutto questo si è formato dentro le relazioni che ci hanno accompagnato nel tempo. Famiglia, coppia, contesto sociale.
Il disagio che una persona porta in terapia raramente è solo “suo” — ha radici nei legami, nelle dinamiche, nelle storie condivise.
Questo lo distingue da approcci più centrati sull’individuo, che lavorano prevalentemente sui pensieri o sui comportamenti del singolo. L’approccio sistemico non ignora l’individuo — anzi, lo mette al centro — ma lo guarda sempre dentro il suo contesto. Perché è lì che il cambiamento ha più possibilità di radicarsi.
In pratica questo significa che in terapia non si lavora solo su “cosa non va” nella persona, ma su come le relazioni che la circondano contribuiscono a mantenere il disagio.
A volte quelle relazioni diventano una risorsa su cui fare leva per cambiare. Altre volte sono proprio loro il nodo da sciogliere — dinamiche che fanno male, legami che limitano, schemi che si ripetono e che vale la pena riconoscere per potersene liberare.
Quanto dura un percorso psicologico?
Ogni percorso ha i suoi tempi — e raramente si sa in anticipo quanto sarà lungo.
Dipende da quello che si sta attraversando, ma anche da come ogni persona elabora, si ferma, riparte. I tempi di ognuno sono diversi e vanno rispettati — non esiste un ritmo giusto o sbagliato.
Ci sono percorsi brevi — anche solo qualche mese — legati a un momento specifico di difficoltà o a una fase di cambiamento. E ci sono percorsi più lunghi, quando quello su cui si lavora ha radici più profonde e richiede più tempo per consolidarsi.
Non c’è una risposta univoca, perché ogni storia è diversa. Quello che conta è che il percorso abbia un senso per chi lo fa — e che ci sia spazio per ridefinirlo nel tempo, insieme.
Come faccio a capire se il percorso sta funzionando?
Non sempre è immediato — e questa è una delle domande più legittime che ci si può fare durante un percorso terapeutico.
Alcuni cambiamenti sono visibili abbastanza presto: ci si accorge di reagire diversamente a situazioni che prima mettevano in difficoltà, di avere più chiarezza su quello che si sta vivendo, di sentirsi meno soli con certi pensieri. Altri cambiamenti sono più lenti e profondi — e a volte si riconoscono solo guardando indietro, non mentre accadono.
Un buon indicatore è la sensazione di avere uno spazio in cui ci si sente ascoltati e al sicuro — anche nelle sedute in cui non succede nulla di eclatante.
Il percorso non funziona solo nei momenti di insight, ma anche in quelli di semplice presenza e continuità.
Se il dubbio persiste, vale la pena portarlo direttamente in seduta — è esattamente il tipo di conversazione che ha senso fare insieme.
È possibile interrompere il percorso quando si vuole?
Sì. Non esiste nessun obbligo di continuare — il percorso ha senso solo se chi lo fa sceglie liberamente di esserci.
Detto questo, quando si sente il desiderio di interrompere vale la pena parlarne prima di farlo.
A volte la voglia di smettere arriva proprio nei momenti in cui il lavoro sta toccando qualcosa di importante — e riconoscerlo insieme può fare la differenza.
Altre volte invece è il segnale che il percorso ha raggiunto quello per cui era iniziato, o che si ha bisogno di una pausa.
In ogni caso, una chiusura consapevole — anche solo con un colloquio dedicato — è sempre preferibile a un’interruzione improvvisa. Non per obbligo, ma perché permette di portare a termine quello che si è iniziato in modo più completo e consolidato.
Cosa succede se durante il percorso mi rendo conto che non è il professionista giusto per me?
È una cosa che può succedere, e non c’è nulla di sbagliato nell’ammetterlo. La relazione terapeutica è uno degli elementi più importanti perché un percorso funzioni — se non ci si sente nel posto giusto, quella sensazione merita rispetto.
Non esiste nessun obbligo di continuare. L’obiettivo è trovare il percorso e il professionista che funzionano davvero per sé — e se questo non è il contesto giusto, riconoscerlo è già un atto di cura verso se stessi.
AREE DI INTERVENTO
Mi sento sempre ansioso e a volte ho attacchi di panico. Si può guarire?
L’ansia e gli attacchi di panico sono esperienze molto comuni, e su cui si può lavorare concretamente. Non sempre “guarire” è la parola giusta — l’obiettivo è capire cosa li alimenta, imparare a riconoscerli e ridurre progressivamente lo spazio che occupano nella vita quotidiana.
Gli attacchi di panico, in particolare, tendono a generare una paura secondaria — la paura che si ripetano — che spesso è quella che limita di più. È da lì che si inizia a lavorare.
La mia relazione di coppia è in crisi: dobbiamo venire entrambi?
Non necessariamente.
Quando entrambi i partner sono disposti, lavorare insieme è spesso il percorso più efficace perché permette di affrontare le dinamiche di coppia direttamente, nello stesso spazio.
Se invece uno dei due non è pronto, o preferisce iniziare da solo, un percorso individuale ha comunque senso.
Capire il proprio modo di stare in una relazione — i propri schemi, le proprie aspettative — è già un punto di partenza importante, indipendentemente da quello che fa l’altro.
Mio figlio si è chiuso in se stesso e non riesco più a comunicare con lui. Da dove si inizia?
Di solito si inizia dai genitori — non perché il problema siano loro, ma perché sono loro ad avere la possibilità concreta di cambiare qualcosa nelle dinamiche familiari.
Un ragazzo che si è chiuso raramente arriva da solo a chiedere aiuto, e forzarlo prima che sia pronto rischia di aumentare la distanza invece di ridurla.
In un primo momento il lavoro serve a capire cosa sta succedendo — come si è arrivati a questa chiusura, da quanto tempo, se c’è stato un evento scatenante o si è trattato di un cambiamento graduale. Si esplora anche come la famiglia sta vivendo la situazione, perché spesso il peso ricade su tutti, non solo sul ragazzo.
Da lì si definisce insieme se e come coinvolgerlo direttamente — con i suoi tempi, non con quelli che ci si aspetta da fuori.
Come faccio a capire se mio figlio adolescente ha bisogno di supporto psicologico?
Non sempre è facile distinguere una fase difficile — che fa parte della normale crescita — da qualcosa che richiede un’attenzione in più.
L’adolescenza è per definizione un tempo di cambiamento, e un certo grado di chiusura, conflitto o instabilità emotiva è fisiologico.
Alcuni segnali che vale la pena non sottovalutare: un cambiamento marcato nel comportamento che si prolunga nel tempo, il ritiro dalle amicizie e dalle attività che prima piacevano, un calo scolastico improvviso, o una tristezza e un’irritabilità che sembrano andare oltre il normale umore adolescenziale.
Se qualcosa ti preoccupa, un primo colloquio — anche solo con i genitori — può aiutare a capire se è il caso di intervenire e in che modo.
Non è necessario avere la certezza che ci sia un problema per chiedere un confronto.
Si occupa anche delle mamme nel post-parto?
Certo.
La nascita di un figlio è uno dei cambiamenti più profondi che una persona possa attraversare — e non sempre corrisponde all’immagine che ci si era fatti. Accanto alla gioia possono esserci stanchezza intensa, senso di inadeguatezza, un’identità che si sta ridisegnando, relazioni che cambiano forma.
Il lavoro in questo periodo si rivolge alle mamme, ma anche ai papà e alle coppie — perché il post-parto riguarda tutto il sistema familiare, non solo chi ha partorito.
Segue persone che soffrono di disturbi alimentari?
Certo.
I disturbi alimentari sono un’area che richiede particolare delicatezza — non si tratta solo del rapporto con il cibo, ma di qualcosa di più profondo che il cibo rappresenta: un modo di gestire emozioni, di esercitare controllo, di stare al mondo.
Una delle difficoltà più comuni è che chi vive un disturbo alimentare spesso fatica a riconoscerlo come tale. Il disturbo può sembrare una scelta, un’abitudine, qualcosa che si può gestire da soli — e questa mancanza di consapevolezza è parte del disturbo stesso, non un ostacolo alla guarigione.
È normale che ci voglia tempo prima di sentirsi pronti a chiedere aiuto, ed è altrettanto normale che la spinta arrivi dall’esterno — da un familiare, da un amico — prima ancora che dall’interno.
Il lavoro psicologico in questo ambito si affianca, quando necessario, a quello di altri professionisti — medico, nutrizionista — occupandosi della dimensione emotiva e relazionale che alimenta il disturbo.
È un percorso che richiede tempo e pazienza, ma è un percorso possibile.
Qual è la differenza tra tristezza e depressione?
La tristezza è una risposta naturale a quello che succede — passa, si muove, ha una causa riconoscibile. La depressione è qualcosa di diverso: è una condizione che si stabilizza, che non risponde agli eventi esterni, che porta a sentirsi distanti da tutto e da tutti anche quando oggettivamente non ce ne sarebbe motivo.
La differenza più significativa è spesso questa: con la tristezza si riesce ancora a immaginare che le cose possano migliorare. Con la depressione, anche quella capacità sembra venire meno. Si smette di provare piacere per le cose che prima lo davano, ci si sveglia già stanchi, ci si sente disconnessi da sé stessi oltre che dagli altri.
A volte non c’è nemmeno il pianto — solo un senso di vuoto e di assenza che è difficile da spiegare a chi non lo ha mai vissuto.
Non sempre è facile capire da soli dove si trova il confine. Se quello che si sta vivendo assomiglia più alla seconda descrizione — o se dura da troppo tempo per essere solo un momento difficile — vale la pena parlarne.
Lavora anche con i bambini?
Lavoro principalmente con adolescenti e adulti. Per i bambini in età prescolare e scolare il mio approccio prevede di lavorare prevalentemente con i genitori — perché in quella fascia d’età sono loro i principali agenti di cambiamento, e intervenire sul sistema familiare è spesso più efficace che lavorare direttamente col bambino.
Ogni bambino ha la sua indole, il suo temperamento, il suo modo di reagire al mondo — e non tutto quello che preoccupa un genitore ha necessariamente una radice relazionale.
A volte si tratta semplicemente di una fase, altre volte di caratteristiche del bambino che vanno comprese e accompagnate, non corrette. Il ruolo del genitore in questi casi non è quello di “fare qualcosa di giusto o sbagliato” — ma di trovare il modo più efficace di stare vicino a quel bambino specifico, con la sua specificità.
Se hai dubbi su tuo figlio — sul suo comportamento, sul suo umore, su qualcosa che non ti convince — un primo colloquio è un buon inizio.
Non è necessario avere le idee chiare su cosa stia succedendo per chiedere un confronto.
I bambini piccoli hanno spesso una capacità limitata di esprimere quello che provano — le emozioni e i disagi emergono attraverso il comportamento, il corpo, il gioco, non attraverso le parole. È normale che un genitore percepisca che qualcosa non va senza riuscire a nominarlo con precisione.
ASPETTI PRATICI
Le sedute sono coperte dal segreto professionale?
Certo.
Tutto quello che viene condiviso in seduta è protetto dal segreto professionale — è un obbligo deontologico, ma prima ancora è una condizione necessaria perché il lavoro terapeutico possa funzionare.
Senza riservatezza non c’è fiducia, e senza fiducia non c’è spazio per portare a galla gli aspetti più intimi e personali.
Garantisco inoltre che tutti i dati personali vengono trattati nel rispetto della normativa sulla privacy.
Le sedute si svolgono in presenza o è possibile anche online?
Le sedute si svolgono in presenza presso lo studio di Rimini o online, in base alle esigenze e alle preferenze di chi inizia il percorso.
Non esiste una modalità oggettivamente migliore dell’altra.
Per alcuni un ambiente familiare — la propria casa, uno spazio conosciuto — favorisce la naturalezza e abbassa le difese. Per altri, invece, uno spazio esterno e professionale aiuta a creare quella distanza dal quotidiano che rende più facile aprirsi, soprattutto quando l’ambiente domestico è fonte di stress o conflitto.
La scelta spetta a chi inizia il percorso — e può anche cambiare nel tempo.
Con quale frequenza si svolgono le sedute?
In genere le sedute si svolgono con cadenza settimanale, soprattutto nelle fasi iniziali del percorso — quando si sta costruendo il lavoro e la relazione terapeutica ha bisogno di continuità.
Con il tempo la frequenza può cambiare — diventare quindicinale, o più sporadica nelle fasi di consolidamento. Non esiste una regola fissa: la cadenza si definisce insieme, in base alle esigenze di chi segue il percorso e a quello che sta succedendo in quel momento.